Scena comune, quasi banale.
Qualcuno racconta un momento difficile. L’altra persona ascolta in silenzio, fa una domanda tecnica, propone una soluzione. Niente carezze verbali, niente “mi dispiace”, niente espressioni facili da leggere.
Da fuori può sembrare freddezza. Da dentro, può essere un tentativo onesto di aiutare — o un modo per non andare in overload.
Da qui nasce uno dei luoghi comuni più duri a morire: «le persone autistiche non provano empatia».
Il problema è che questa frase è troppo grossolana per essere vera: mescola concetti diversi (empatia emotiva, empatia cognitiva, regolazione emotiva, comunicazione) e finisce per trasformare differenze di stile in un giudizio morale.
Questo articolo non fa diagnosi online. Serve a chiarire cosa significa empatia, cosa mostrano gli studi, e come usare queste informazioni per comunicare meglio (in coppia, in famiglia, sul lavoro).
Prima domanda: che cosa intendiamo per “empatia”?
In ricerca e clinica, ‘empatia’ non è una cosa sola. Almeno due componenti sono cruciali:
- Empatia emotiva (affettiva): sentire una risonanza emotiva rispetto a ciò che prova l’altro (commozione, dispiacere, gioia, ecc.).
- Empatia cognitiva: capire cosa l’altro potrebbe pensare o provare, interpretando segnali sociali e contesto (a volte chiamata anche ‘mentalizing’ o Theory of Mind).
Una persona può avere empatia emotiva alta ma empatia cognitiva più faticosa (o viceversa). E soprattutto: la capacità di esprimere empatia (parole, faccia, tono) non coincide sempre con la capacità di provarla.
Da dove nasce il mito: perché alcuni autistici ‘sembrano’ poco empatici?
Spesso la percezione di “mancanza di empatia” nasce da differenze comunicative, non da assenza di emozioni:
- Espressione non verbale diversa: volto meno ‘leggibile’, contatto oculare atipico, tono di voce particolare.
- Difficoltà con impliciti e sottintesi: l’altro interpreta come indifferenza ciò che è ambiguità non decodificata.
- Overload sensoriale o emotivo: quando lo stimolo è troppo, si va in shutdown (chiusura) o in reazione intensa.
- Risposte ‘pratiche’ invece che consolatorie: qualcuno offre soluzioni (per aiutare) ma l’altro voleva solo ascolto.
- Masking/camouflaging: anni a ‘recitare’ per adattarsi possono ridurre spontaneità e aumentare stanchezza sociale.
Cosa dice la letteratura: empatia nello spettro autistico è ‘assente’?
La risposta più corretta è: no, non è assente in modo globale. Molti studi mostrano che le difficoltà possono essere più marcate nella componente cognitiva (interpretare stati mentali in modo rapido e automatico), mentre la componente emotiva può essere conservata o variabile.
Inoltre, una parte importante della variabilità può dipendere da fattori associati (es. alessitimia) e da differenze reciproche di comunicazione tra persone autistiche e non autistiche.
Empatia cognitiva ≠ empatia emotiva: un esempio pratico
Scenario: un collega è silenzioso e risponde secco.
- Empatia cognitiva: capisco che potrebbe essere preoccupato, stanco o arrabbiato (interpretazione).
- Empatia emotiva: sento dispiacere o preoccupazione per lui (risonanza).
Una persona nello spettro può provare risonanza emotiva ma non cogliere subito il motivo o il sottotesto (soprattutto se il segnale è ambiguo). L’osservatore esterno può confondere questo con ‘non gliene importa’.
Alessitimia: quando il problema è riconoscere le emozioni (anche le proprie)
Un concetto chiave nella ricerca recente è l’alessitimia: difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni. L’alessitimia può essere più frequente nello spettro e può influenzare la misura dell’empatia (soprattutto nei questionari).
In altre parole: a volte non è ‘non provo empatia’, ma “faccio fatica a etichettare e comunicare cosa provo”.
‘Double empathy problem’: non è un deficit a senso unico
Un’idea potente (e spesso liberatoria) è il cosiddetto double empathy problem: le incomprensioni sociali tra persone autistiche e non autistiche sono spesso reciproche.
Non è solo ‘l’autistico non capisce’. È anche che le persone non autistiche possono capire poco lo stile comunicativo autistico.
Questa prospettiva sposta l’obiettivo: non ‘aggiustare la persona’, ma migliorare la traduzione tra stili.
Cosa cambia nella vita reale: coppia, famiglia, lavoro
Ecco tre leve pratiche che riducono i fraintendimenti.
1. In coppia: rendere esplicito ciò che di solito è implicito
- Dire cosa serve: «ho bisogno che tu mi ascolti, non che mi risolvi il problema».
- Chiedere chiarimenti senza giudizio: «quando hai detto X, intendevi Y o Z?».
- Usare ‘segnali’ concordati per overload: una parola/gesto che significa “pausa, troppi stimoli”.
2. Con i figli: modellare il linguaggio emotivo
- Etichettare emozioni in modo semplice: «sembri frustrato; vuoi una pausa o un aiuto?».
- Preavvisi e routine (riduce escalation): «tra 10 minuti spegniamo e facciamo…».
- Riparazione post-conflitto: «ieri ho alzato la voce perché ero sovraccarico; oggi proviamo un piano diverso».
3. Sul lavoro: chiarezza operativa = meno attrito sociale
- Preferire istruzioni esplicite e criteri di successo chiari.
- Ridurre ambiguità in consegne e scadenze (anche con follow-up scritto).
- Gestire l’ambiente sensoriale quando possibile (rumore/luci/crowding).
Quando ha senso chiedere una valutazione o un supporto?
Ha senso chiedere orientamento clinico quando:
- i fraintendimenti sociali creano sofferenza significativa o isolamento
- c’è burnout, shutdown frequenti, ansia o depressione associata
- sospetti un profilo nello spettro e vuoi capire bisogni di supporto e strategie
Una valutazione seria guarda alla storia evolutiva, al funzionamento attuale, alle comorbilità e alle differenze individuali. L’obiettivo è un piano pratico, non un’etichetta fine a sé stessa.
Articolo a cura della Dott.ssa Federica Iannotta – Prenota una visita
Questo articolo è stato scritto dalla Dott.ssa Federica Iannotta. Se sei in Campania, puoi prenotare una visita con la responsabile dell’ambulatorio ADHD e Autismo in età adulta.
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